Inserito da: Giampaolo Sbarra | Settembre 20, 2009

L’Italia di Padoa Schioppa sul Corriere

2011, CHE COSA VA CELEBRATO

Si parli di Stato, non di nazione

Tommaso Padoa-Schioppa 20 settembre 2009

Ricordo le celebra­zioni di Italia 1961: in un Paese giovane e laborio­so crescevano il benessere e la democrazia. Lo studio del farsi dell’unità d’Italia, ripetuto alle elementari, al­le medie e al liceo aveva co­stituito in me, come in mol­ti, la struttura stessa del pensarmi come cittadino.

Fui inorridito, trent’anni dopo, quando constatai che in un illustre liceo di Roma il capitolo sul Risor­gimento, uno solo dell’im­menso manuale adottato, era tra quelli che non si chiedeva agli allievi di stu­diare.

Il terzo cinquantenario si celebra in un momento assai più buio non solo del secondo, ma anche del pri­mo, segnato dalle riforme giolittiane.

Oggi ministri che hanno giurato sulla Co­stituzione annunciano la se­cessione senza che alcuno strale li colpisca in modo immediato e diretto. Chi ta­ce acconsente.

Per il 2011 sono previste, oltre che opere pubbliche, iniziative storico-culturali. E poiché se ne cerca tuttora il filo conduttore, oso una proposta.

Bisogna chiarire bene l’anniversario che sarà cele­brato; finora il dibattito pubblico ha del tutto man­cato di farlo. Nel 2011 si ce­lebrerà non la nascita della nazione italiana (un fatto di cultura), bensì la fonda­zione dello Stato italiano (un fatto politico e istituzio­nale).

La nazione esiste dal Medioevo, precede addirit­tura il formarsi della tede­sca, francese, spagnola, bri­tannica.

La lingua parlata oggi in Italia assomiglia a quella di Dante come nessu­na lingua europea assomi­glia al suo progenitore del XIII o XIV secolo. E ha seco­li di storia non solo la nazio­ne, ma anche la coscienza di essa da parte degli spiriti illuminati: basta rileggere Dante, Petrarca, poi Machia­velli.

Soltanto dopo secoli di divisione, asservimento, de­cadenza materiale e civile, crebbe e si realizzò l’idea di dare all’Italia uno Stato, isti­tuzioni, leggi, poteri. La pe­culiarità della storia italia­na non è la nascita recente della nazione, è la combina­zione di una nazione preco­ce e di uno Stato tardivo.

Finalmente, nell’Ottocen­to, lo Stato italiano nasce e nel 2011 è dunque di questo che si deve parlare. Tanto più che molta, molta mate­ria ci impone di riflettere, di compiere un esame di co­scienza, di correggere com­portamenti e istituzioni.

Nell’Italia di oggi ce n’è per ogni regione e per ogni ce­to, per la parte pubblica e per la privata. Tutte le celebrazioni del 150˚dovrebbero ruotare, a mio giudizio, intorno a un solo grande tema: lo stato dello Stato italiano .

È que­sto — oggi, ma in realtà da tempo — l’organo malato dell’Italia, quello la cui pato­logia sta facendo deperire l’intero corpo sociale, l’eco­nomia, la terra e le acque, la cultura, la scienza, il rap­porto con la sfera religiosa.

Non è un’esagerazione af­fermare che dei 150 anni trascorsi dal 1861 forse la metà sono stati consacrati alla costruzione dello Stato italiano; altrettanti a una ve­ra opera di distruzione che si è fatta più intensa negli ultimi decenni e ancor più negli anni recenti. È una du­ra affermazione che può (e dovrebbe) essere documen­tata in modo specifico pro­prio all’avvicinarsi dell’anni­versario al fine di preparare un riscatto.

Sono ormai gravemente minacciati la democrazia, principi fondamentali del­lo Stato di diritto, la preser­vazione del patrimonio arti­stico, l’ambiente naturale, il fatto stesso di essere uno Stato unitario.

Lo Stato, non la nazione, è e deve essere il tema di Italia 2011.

Inserito da: Giampaolo Sbarra | Luglio 25, 2009

Il meridione, la scuola, il merito, le furbate e le sanatorie.

No ai presidi meridionali che non hanno vinto il concorso.

Razzismo? No, solo giustizia, contro le furbate, le sanatorie e l’assistenzialismo. E per le pari opportunità regionali

Da La Repubblica

“Per comprendere la questione occorre fare un passo indietro. Nel 2004, dopo quasi un decennio, venne bandito il concorso per dirigente scolastico, gestito a livello locale. Il bando assegnava ad ogni regione un certo numero di posti disponibili e alla fine della complessa procedura gli idonei potevano superare il numero dei posti messi a concorso al massimo del 10 per cento. Ma in alcune regioni le cose andarono diversamente. “In Campania, per esempio, gli idonei furono parecchi di più di quello che prevedeva il bando”, continua la Martini. Stesso discorso in Sicilia e in altre regioni meridionali, dove si scatenò una guerra di carte bollate. E quando il governo Prodi consentì agli idonei la cosiddetta mobilità interregionale, in 6 regioni settentrionali (Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Veneto ed Emilia Romagna) su 118 poltrone disponibili vennero nominati ben 108 neodirigenti provenienti dal Sud.

Rischiano ora di andare ad altrettanti presidi meridionali anche i 647 posti autorizzati qualche giorno fa dal ministero dell’Economia per il 2009/2010. Perché le uniche regioni italiane in cui sono ancora presenti idonei nelle graduatorie dei concorsi per dirigente scolastico – per un totale di circa 660 candidati – sono Lazio, Marche, Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna. Nelle restanti regioni le liste sono esaurite da tempo.

E a settembre quasi tutti i posti lasciati liberi da coloro che sono andati in pensione andranno a dirigenti scolastici del Sud. “Nel Veneto – spiega l’assessore Martini – ci sono circa 70 posti liberi da coprire, ma nessuna graduatoria regionale da cui attingere. Ci sono invece tanti dirigenti in lista di altre regioni d’Italia, non perché altrove siano più disponibili e bravi che da noi, ma perché noi siamo stati ligi alla normativa mentre altri – continua – hanno creato liste di disponibilità pari, talvolta, anche al doppio dei posti da occupare”. E la probabilità che le 70 poltrone libere del Veneto vengano occupate da meridionali è altissima. Eventualità che non va proprio giù ai vicentini.

“Il Consiglio provinciale ha voluto denunciare il mancato rispetto della norma da parte di alcune regioni ed evidenziare la conseguente situazione di svantaggio in cui si trova la regione Veneto rispetto ad altre realtà nazionali.”

Considerazioni:

1. Il problema non è quello del rifiuto dei docenti meridionali come Presidi, ma di quelli che “non hanno vinto” il concorso in alcune regioni meridionali, e si ritrovano con un posto in Veneto in virtù di una furbata, mentre i veneti (essendo stata rispettata la norma) il posto se lo sognano. Non si chiede altro che di avere le stesse opportunità. Perché nessuno ha protestato fino ad oggi? Evidentemente perché tutto è stato giocato dalla politica in modo bipartisan, cioè con un accordo destra-sinistra; e possiamo essere certi che il sindacato non era all’oscuro, anzi era d’accordo. In ogni caso, non mi risulta che la CGIL abbia organizzato grandi proteste per il rispetto della normativa prevista e per le pari opportunità regionali.

2. Sono anni che la gestione del personale scolastico avviene tramite sanatorie: è ora di finirla. Ma un conto è dirlo, un conto è farlo: e il sindacato e la sinistra non danno alcun affidamento (esattamente come la destra). E’ interessante, infatti, che dopo avere a lungo blaterato di “merito e qualità”, al primo richiamo della foresta sia riemerso l’assistenzialismo, con la relativa accusa di razzista a chi dice la verità (la verità sull’argomento in questione, intendo).

3. Tutto ciò, alla fine, spinge ancor di più per una regionalizzazione della scuola e del personale scolastico (per altro già prevista dalla Costituzione). Che non significa che in Calabria saranno tutti calabresi e in Veneto tutti veneti, ma che ogni regione deciderà quanti posti mettere a concorso, e se li gestirà, garantendo ovviamente il diritto dei calabresi di partecipare al concorso del veneto. Con l’obiettivo di ottimizzare gli investimenti. Che è quello che doveva succedere anche questa volta.

4. Razzismo? Poiché non si vuole capire la realtà dei fatti, si aggira il merito della questione e si pass all’accusa di razzismo. Ma se le norme fossero state rispettate in tutta Italia, non ci sarebbe stato motivo per queste polemiche, questa è la verità;

5. ed è evidente che se non ci fosse stato l’odg del consiglio provinciale di Vicenza, la questione sarebbe stata coperta dall’accordo assistenzialistico e parassitario di fatto raggiunto tra destra, sinistra e sindacato.

Soluzioni?

La regionalizzazione della scuola e del personale, è l’unica soluzione possibile, e da qualche anno prevista dalla Costituzione repubblicana. Così ogni regione bandisce i concorsi e se li gestisce e si gestisce il personale, per cui un calabrese può fare il concorso nel Veneto, ovviamente, e diventa operatore (come docente o dirigente) della scuola veneta e dipendente della regione Veneto; ed è possibile anche studiare modalità di selezione-assunzione da parte delle singole scuole o dei Comuni.

Ci sono molte possibilità, l’importante è sottrarre il personale della scuola alla gestione politico-sindacale, per trasformare l’attività dei docenti e dei dirigenti in attività professionali, non impiegatizie.

La professione docente deve liberarsi di due luoghi comuni: il docente-missionario e il docente-nullafacente.

Il docente deve essere un professionista, selezionato, valutato, responsabilizzato e ben retribuito.

Inserito da: Giampaolo Sbarra | Giugno 10, 2009

Referendum elettorale: NO alla truffa.

L’inganno di un referendum antidemocratico,

che non riforma ma irrigidisce la pessima legge in vigore.

 Sul referendum elettorale che voteremo il 21 giugno si sono sentite molte bugie e si è fatta molta demagogia.

I cittadini sono poco informati e non sanno cosa succederà se vincerà il Si’. È bene che lo sappiano, conoscendo gli effetti del loro voto.

 Innanzitutto, però, è bene chiarire i punti negativi della pessima legge in vigore, che sono 2:

  1. il premio di maggioranza (55% dei seggi, alla Camera) viene concesso al partito o alla coalizione con il maggior numero di voti, senza che sia fissato una soglia minima (potrebbe essere anche il 20%, o addirittura meno);
  2. le liste sono bloccate, cioè sono predisposte dai segretari dei partiti, che decidono chi sarà candidato e in quale ordine (cioè decidono chi sarà eletto: e gli eletti saranno perciò fedeli al Segretario del partito e non agli elettori).

Se vincesse il SI’, il primo aspetto verrebbe semplificato in modo aberrante: il premio di maggioranza sarebbe concesso a un solo partito (e non più alla eventuale coalizione), che potrebbe governare anche con il 20% dei voti e potrebbe nominare tutti gli organi di garanzia: roba da paese sudamericano! la questione delle liste bloccate, invece, non verrebbe toccata se non in modo molto marginale, che però porterebbe ad un ulteriore irrigidimento delle scelte dei segretari dei partiti. Nel complesso si alzerebbe di fatto la soglia di sbarramento, escludendo dalla rappresentanza ufficiale una parte consistente dell’elettorato.

 In sostanza, se vincesse il SI’ i segretari dei partiti maggiori (gli unici che possono sperare di vincere le elezioni e di prendere il premio di maggioranza) dovrebbero fare liste molto rigide in tutte le circoscrizioni elettorali, candidando anche esponenti dei partiti minori, per prendere anche i loro voti; insomma, avremmo accordi spregiudicati tra i segretari dei partiti grandi e piccoli, per spartirsi la torta degli eletti.

 Se vincesse il SI’, quindi, si passerebbe dal Porcellum (la legge attuale, definita Porcata dal suo autore, il leghista Calderoli) ad un Super Porcellum (le legge che ne deriverebbe); oltre tutto, per completare l’inganno con la beffa, il Super Porcellum avrebbe l’avvallo di un voto popolare referendario.

Se invece vince il No o non si raggiunge il quorum, si può tranquillamente riformare la legge: se c’è la volontà. Ma se la volontà di cambiare la legge non c’è, non ha senso fare una legge addirittura peggiore.

 Cosa serve, invece, in Italia? Serve una legge elettorale che renda responsabili i parlamentari di fronte ai cittadini di un territorio, invece che di fronte al segretario del partito, e questa legge deve essere maggioritaria e uninominale: un candidato per ogni partito in piccoli collegi; solo così i cittadini potranno scegliere e controllare i parlamentari del loro territorio.

Con il SI’ al referendum si otterrà il risultato opposto, tra l’altro con un Parlamento fatto di partiti che non hanno espresso alcun orientamento riformatore, ma hanno solo saputo mostrare contraddizioni su contraddizioni, schierandosi in pochi mesi a favore del Sì e del NO, come Di Pietro (che ha addirittura raccolto le firme, e oggi su dichiara contrario) e Berlusconi: come sempre hanno preferito fare confusione e demagogia, piuttosto che pensare ad un sistema politico trasparente.

Resta incomprensibile la posizione del Partito Democratico favorevole al referendum, perché se vincesse il SI’ il PD avrebbe la responsabilità di avere steso il tappeto rosso all’egemonia berlusconiana per il prossimo ventennio.

Ecco perché il referendum va bocciato; una saggia politica, però, deve sapere proporre una riforma della politica che metta i cittadini in condizione di scegliere davvero i loro rappresentanti.

Quanti partiti hanno le idee chiare su questo argomento?

Inserito da: Giampaolo Sbarra | Maggio 26, 2009

Europa: per chi votare?

Elezioni Europee 2009

Sono elezioni europee: diventiamo europei.

Bisogna votare per chi propone un’Europa vera:

non l’Europa delle patrie, ma la Patria Europea.

Bisogna votare per avere nel Parlamento Europeo

chi ha fatto e fa le battaglie per i diritti civili, contro la pena di morte, per il diritto di asilo, per la difesa dei popoli,

per la tolleranza religiosa, per la pace e la giustizia internazionale.

Nessuo più dei Radicali ha fatto queste battaglie.

Noi votiamo la Lista Bonino-Pannella

Non avere i Radicali in Parlamento sarebbe una sconfitta per tutti.

Puoi dare 3 preferenze

Emma Bonino

Marco Pannella

Raffaele Ferraro (che fa le stesse battaglie a Treviso)

Inserito da: Giampaolo Sbarra | Maggio 22, 2009

Bravo Pannella!

Bravo Marco Pannella!

pannella sciopera

In mezzo a tanta nomenklatura partitocratica che teme solo di sparire,

ecco un professionista della politica che si mette in gioco.

Ecco un europeista. Io lo voto.

Inserito da: Giampaolo Sbarra | Maggio 12, 2009

Referendum: Comitato per il No a Treviso

VenetoRadicale – Cellula Coscioni – Treviso più Europa

Referendum elettorali 2009

Costituito il Comitato per il No ai referendum elettorali

Raffaele Ferraro e Giampaolo Sbarra hanno presentato oggi il Comitato per il NO ai referendum elettorali del 21 giugno 2009.

Nella conferenza stampa Giampaolo Sbarra e Raffaele Ferraro hanno messo in evidenza le motivazioni che hanno spinto le associazioni VenetoRadicale, Cellula Coscioni e Treviso più Europa a costituire il Comitato per il NO.

La scelta del NO è motivata da vari argomenti. Innanzitutto si contesta la posizione di chi sostiene l’astensionismo, un modo per vanificare soprattutto il referendum come istituto di partecipazione; del resto, in un’Italia in mano ai segretari dei partiti, molti vogliono proprio questo: esautorare del tutto i cittadini-elettori.

Nel merito del referendum, Sbarra e Ferraro hanno fatto notare come se vinceranno i Sì si passerà dal Porcellum al Superporcellum, in quanto tutto sarà nelle mani dei segretari dei partiti maggiori, ma soprattutto in quelle del partito di maggioranza relativa, che avrà diritto al premio di maggioranza, con effetti simili a quelli della legge Acerbo del 1923.

Il referendum, quindi, è nettamente peggiorativo della legge vigente, e non apre (contrariamente alle aspettative di D’Alema e del PD) alcuna possibilità di riforma, anche perché l’eventuale Superporcellum che ne deriverebbe avrebbe il suggello della volontà popolare. Senza dire che, con questi rapporti di forza, Berlusconi governerebbe per un lunghissimo periodo, senza neanche più il bisogno della Lega.

In secondo luogo Sbarra e Ferraro hanno messo in evidenza la posizione contraddittoria ed equivoca delle varie forze politiche e in modo particolare dell’Italia dei Valori di Di Pietro e del PD di Franceschini e D’Alema.

L’Italia dei Valori e Di Pietro sono stati tra i grandi sostenitori del referendum per il quale hanno raccolto le firme, e oggi hanno cambiato radicalmente posizione, schierandosi per il NO, mentre il PD – nonostante le solite contraddizioni – mantiene una autolesionista scelta per il Sì.

In entrambi i casi siamo di fronte ad apprendisti stregoni del referendum, che hanno messo in movimento un meccanismo che gli si sta ritorcendo contro, visto che un esito positivo per il Sì farebbe il gioco di Berlusconi.

Ma Raffaele Ferraro e Giampaolo Sbarra hanno voluto anche distinguere il loro NO, dal NO dei partitini, che mirano solo a trovare garanzie per le loro segreterie politiche, senza riguardo alla governabilità del Paese.

Del resto, tra i partiti – e all’interno dei partiti – che si schierano per il No e quelli che si schierano per il Sì non vi è alcuna proposta omogenea e coerente di riforma della legge elettorale.

Al contrario, Sbarra e Ferraro, in sintonia con le proposte Radicali, sono sostenitori di un sistema elettorale maggioritario e uninominale, l’unico che garantisce un rapporto costruttivo degli eletti con i loro elettori e il loro territorio, svincolandoli dall’obbligo di fedeltà al segretario del partito.

Quindi, No al referendum, per dire sì ad un sistema di tipo anglosassone, in cui siano forti i contrappesi istituzionali e il rapporto tra eletti ed elettori.

Inserito da: Giampaolo Sbarra | Maggio 1, 2009

L’assicurazione auto-moto personale, dopo la targa personale.

Dopo la targa personale, perché no l’assicurazione personale?

Una “testa”, un’assicurazione auto-moto.

Che sia data la possibilità di scegliere: assicurare il mezzo o assicurare il conducente.

Dunque la targa potrebbe diventare “personale”, un po’ come per i motorini: uno se la porta dietro; capiremo meglio il significato della novità quando il Testo unico sulla sicurezza stradale sarà approvato. E chissà, magari si potrà avere anche la targa personalizzata, oltre che personale.

Ma perché non introdurre – come opzione – anche l’assicurazione personale?

Quando guido un’auto, non posso guidarne un’altra; e quando esco in moto lascio a casa l’auto.

Nessuno può guidare due mezzi di trasporto contemporaneamente. E perciò, perché una persona che ha la moto e l’auto (o due auto) deve assicurare l’una e l’altra, visto che quando guida l’una non può fare danni guidando l’altra?

L’assicurazione personale: uno ce l’ha su di sé, qualunque mezzo di trasporto stia conducendo (ovviamente gli specialisti della materia potranno precisare la proposta, individuando delle fasce, delle cilindrate, dei massimali…: ma questa, appunto, è roba da tecnici).

Altra cosa, invece, salvaguardare l’uso famigliare dell’auto: se lo stesso mezzo è utilizzato da più persone, si può assicurare il mezzo.

Insomma, che sia data la possibilità di scegliere: o assicurare il mezzo, o assicurare il proprietario-conducente; ma che un proprietario-conducente sia obbligato ad assicurare due mezzi (se li possiede) mi pare un’autentica vessazione.

Inserito da: Giampaolo Sbarra | Aprile 25, 2009

Aeroporto di Treviso e sinistra finanziaria. 2

Ancora aeroporto di Treviso; ancora Aertre-Save.

Criticando la Lega, il centrosinistra cerca di far dimenticare l’assurdità delle sue posizioni passate.

Il Gazzettino, giovedì 23 Aprile 2009

 Save ha il nuovo Cda. Ma il Comune per adesso resta alla finestra.

Da ieri la Save (la società che gestisce il sistema aeroportuale di Venezia e Treviso) ha un nuovo consiglio di amministrazione. Ma per adesso il Comune di Treviso resta alla finestra. Un suo rappresentante, forse, potrebbe entrare in un momento successivo ma quando e in che modo ora come ora non è possibile saperlo. Tredici sono i nuovi membri eletti ieri dall’assemblea degli azionisti fra i quali c’è anche il Comune di Treviso con una quota del 2,4%. Il grosso del nuovo Cda, che ha confermato Enrico Marchi alla guida della Save, è composto da rappresentanti della “Marco Polo holding” che ha una partecipazione del 38,9%. Con loro due rappresentanti del Comune e della Provincia di Venezia: Cesare De Piccoli e Dino Lazzarotto. In teoria avrebbe dovuto esserci spazio anche per un componente espresso dal Comune di Treviso. Almeno stando a quanto era stato detto e scritto due anni fa quando era stato perfezionato il famoso accordo di concambio delle azioni delle società aeroportuali Save e AerTre fra la stessa Save e il Comune. A quel tempo Ca’ Sugana aveva concordato la cessione alla Save del 35% delle azioni della società aeroportuale trevigiana garantendo così alla Save una partecipazione complessiva dell’80% di AerTre. In cambio il Comune si era assicurata un altro 1,4% delle quote di Save (adesso il totale è di 2,4%) e, stando a quanto era stato detto, la possibilità di nominare un membro del Consiglio di amministrazione della società presieduta da Marchi. Questa operazione era stata accompagnata da non poche polemiche. Ma chi aveva messo sotto accusa l’accordo (innanzitutto le opposizioni in Consiglio comunale) aveva concentrato le sue attenzioni in particolare sul futuro dell’aeroporto Canova: rischi per lo sviluppo dello scalo, per i livelli occupazionali e così via. Ma sulla presenza di Treviso nella stanza dei bottoni di Save era calato il sipario. Eppure questa presenza era stata annunciata come una sorta di strumento di garanzia delle possibilità di Ca’ Sugana di avere una voce in capitolo, seppur minoritaria, sulle strategie di Save.

Il gazzettino, venerdì 24 Aprile 2009.

Treviso fuori da Save: «Canova svenduto»

Non c’è posto per Treviso in Save. (…) La querelle non fa che rinfocolare le perplessità delle opposizioni, che già a suo tempo, avevano duramente criticato il “concambio”. «È un’ulteriore dimostrazione del peso che il Comune ha saputo ritagliarsi in questa operazione e della sua sudditanza nei confronti di Venezia», chiosa Franco Rosi, leader a Palazzo dei Trecento della civica “Città mia”. (…)

 E anche Nicola Atalmi, consigliere comunale della Sinistra trevigiana, non si stupisce più di tanto della mancata presenza nostrana nel maggiore organo dirigenziale della società veneziana: «È l’ennesima prova che l’aeroporto di Treviso è dei veneziani. Prima c’era la foglia di fico del posto in consiglio di amministrazione. Ora è caduta pure quella». Una “nudità” che, secondo Atalmi, chiama in causa l’amministrazione trevigiana e il Carroccio locale in particolare: «Intendiamoci, è giusto e ragionevole che Treviso e Venezia siano integrati, sarebbe assurdo che si facciano la guerra. Però la Lega del “paroni a casa nostra” su questo tema non è riuscita a difendere nessuna specificità, regalando l’aeroporto Canova a Venezia. In questo campo, Treviso non conta più nulla: se, ad esempio, un domani Save decidesse che sono necessari dei sacrifici, qualcuno si può ancora illudere che ad essere sacrificato non sia Treviso? Pensiamo ai voli fastidiosi come quelli notturni. Oppure alle relazioni con il sistema turistico: in quell’ambito tutti fanno il tifo per Venezia non certo per Treviso».

Commento: le opposizioni erano contrarie al concambio delle azioni perché volevano che il Comune di Treviso partecipasse alla ricapitalizzazione in Aertre, con oltre 3 milioni di euro: una posizione politica e amministrativa assurda. Tanto più assurda per la sinistra, che dovrebbe proporre di investire i soldi pubblici in servizi sociali e in governo del territorio, non in attività industriali.

E mentre ovunque si va verso realtà aeroportuali integrate di grandi dimensioni, a Treviso prevale ancora un becero localismo; ma adesso è il localismo della sinistra “finanziaria”, non più quello della Lega.

Al contrario: non più coinvolto nelle necessità produttive dell’aeroporto, il Comune può interessarsi della sicurezza dei cittadini e dell’inquinamento: e con l’aeroporto che guarda verso la torre civica, di pensieri ce ne dovrebbero essere che basta.

Inserito da: Giampaolo Sbarra | Aprile 6, 2009

Testamento biologico: prima del referendum…

Testamento biologico: un referendum?

Prima dobbiamo fare una grande battaglia politico-culturaleper “vanificare” una legge anticostituzionale, politicamente illiberale e religiosamente fondamentalista, consegnando il nostro Testamento biologico al Sindaco e ricorrendo alla magistratura.

Il dibattito parlamentare sul Testamento biologico ha preso una piega “confessionale e punitiva”, come dimostra il testo di legge in via di approvazione in Parlamento; appare lecito, perciò, chiedersi se non fosse meglio far finta di niente e rinunciare alla battaglia di civiltà per una legge moderna.

Sta vincendo “l’Italia del potere” già conosciuto: in questa Italia si poteva abortire clandestinamente nel disinteresse di tutti i moralisti, ma appena si è giunti alla legalizzazione dell’interruzione di gravidanza, sono spuntati i paladini della moralità pubblica a dire che non si poteva, che non si può, che quel gesto accettato finché era clandestino, una volta diventato pubblico si chiama omicidio; è la stessa “Italia del potere” che oggi accetta l’eutanasia clandestina, ma non vuole che il cittadino sia “libero” di scegliere il proprio destino.

Ma questa Italia del “potere ideologico e confessionale” è la stessa Italia dei cittadini che hanno sostenuto Beppino Englaro nella sua battaglia? È ormai certo che su questo tema i cittadini sono più avanti del potere politico e religioso. Eppure non è detto che un eventuale referendum abrogativo di una pessima legge sul testamento biologico abbia vita facile, perché assisteremo all’entrata a gamba tesa dei vescovi, come è accaduto per il referendum sulla pessima legge della fecondazione assistita.

In questi giorni, però, è accaduto un fatto di enorme rilevanza: la Corte Costituzionale ha sancito l’incostituzionalità di alcune parti della legge sulla fecondazione assistita, che mettono a rischio la salute e compromettono la dignità della donna. Nel corso degli anni, diversi tribunali si erano pronunciati in più occasioni contro gli assurdi obblighi imposti dalla legge 40 (produzione di massimo 3 embrioni con relativo impianto, e divieto di analisi sulla salute degli embrioni): adesso è fatta definitiva chiarezza, e sarebbe bene che il Parlamento si adeguasse. Ma non pare che “questo” Parlamento abbia voglia di rimediare.

Insomma: appellandosi alla magistratura i cittadini riescono ad ottenere ciò che il Parlamento e la Chiesa negano ottusamente. Forse non sarà bello da ammettere, ma nell’Italia clericale del 2009 è meglio non avere leggi sui temi della bioetica, perché la “morale politico-religiosa” (clericale, ma non cristiana) permette ogni tipo di comportamento, purché clandestino. E in fondo si può sempre incappare in un magistrato che applica il dettato costituzionale, secondo cui “la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” (art. 32).

E allora, un referendum contro la legge liberticida sul testamento biologico? Pensiamoci due volte: l’atteggiamento eversivo e antiitaliano della CEI (già verificato con il referendum sulla L. 40) mette a rischio il raggiungimento del quorum; e sono troppi i politici pronti a cavalcare l’ipocrita codardia confessionale dell’astensionismo.

Invece possiamo e dobbiamo far esplodere le contraddizioni di una legge anticostituzionale, fino alla sua vanificazione, consegnando ufficialmente ai Sindaci i nostri Testamenti biologici: una volta scritte, le nostre volontà saranno incontrovertibili, lasciando ai magistrati e alla Corte Costituzionale la salvaguardia dei diritti individuali.

Su questo obiettivo (la vanificazione di una legge politicamente illiberale e religiosamente fondamentalista) dovremo organizzarci, con un incessante lavoro politico e culturale per la libertà di tutti e di ciascuno.

Inserito da: Giampaolo Sbarra | Marzo 22, 2009

Silenzio, religione e laicità.

Il silenzio che manca in Vaticano

Barbara Spinelli, La Stampa.it

C’è forse una parte di verità in quello che si dice delle ultime parole e azioni di Benedetto XVI:  comunicare quel che pensa gli è particolarmente difficile. Sempre s’impantana, mal aiutato da chi lo circonda. Sempre è in agguato il passo falso, precipitoso, mal capito. Il pontefice stesso, nella lettera scritta ai vescovi dopo aver revocato la scomunica ai lefebvriani, enumera gli errori di gestione sfociati in disavventura imprevedibile. Confessa di non aver saputo nulla delle opinioni del vescovo Williamson sulla Shoah («Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’Internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema»). Ammette che portata e limiti della riconciliazione con gli scismatici «non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro». Poi tuttavia sono venuti altri gesti, e l’errore di gestione non basta più a spiegare. 

È venuta la scomunica ai medici che hanno fatto abortire una bambina in Brasile, stuprata e minacciata mortalmente perché gravida a 9 anni. La scomunica, che colpisce anche la madre, è stata pronunciata da Don Sobrinho, arcivescovo di Olinda e Recife: il Vaticano l’ha approvata. Infine è venuta la frase del Papa sui profilattici, detta sull’aereo che lo portava in Africa: profilattici giudicati non solo insufficienti a proteggere dall’Aids – una verità evidente – ma perfino nocivi. C’è chi comincia a vedere patologie. Una quasi follia, dicono alcuni.

L’ex premier francese Juppé parla di autismo. Sono spiegazioni che non aiutano a capire. C’è del metodo in questa follia. C’è il riaffiorare possente di un conservatorismo che ha seguaci e non è autistico. Sono più vicini al vero coloro che stanno tentando di resuscitare il Concilio Vaticano II, nel cinquantesimo anniversario del suo annuncio, e vedono nella disavventura papale qualcosa di più profondo: l’associazione Il Nostro 58, sorretta da Luigi Pedrazzi a Bologna, considera ad esempio la presente tempesta una prova spirituale. Una prova per il Papa, per i cattolici, per la pòlis laica: l’occasione che riesumerà lo spirito conciliare o lo seppellirà.

Non si è mai parlato tanto di Concilio come in queste settimane che sembrano svuotarlo. Le figure di Giovanni XXIII e Paolo VI risaltano più che mai. Chi legga l’ultimo libro di Alberto Melloni sul Papa buono capirà più profondamente quel che successe allora, che succede oggi. Capirà che quello straordinario Concilio è appena cominciato, e avversato oggi come allora.

Quando Papa Roncalli lo annunciò, il 25 gennaio ’58 nella basilica di San Paolo, solo 24 cardinali su 74 aderirono (7 nella curia). Inutile invocare un Concilio Vaticano III se il secondo è ai primordi. Eppure son tante le parole papali che contraddicono errori, avventatezze.

Il filosofo Giovanni Reale sul Corriere della Sera ne ricorda una: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Enciclica sull’Amore). Se in principio non c’è un dogma ideologico diventa inspiegabile la durezza vaticana sul fine vita, conclude Reale.

Diventa inspiegabile anche la chiusura su profilattici e controllo delle nascite in Africa, dove Aids e sovrappopolazione sono flagelli. In realtà il Papa sostiene, nella lettera ai vescovi, che «il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini, e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento». È un annuncio singolare, perché chi certifica la catastrofe? E il certificatore non tenderà a un potere fine a se stesso? Se Dio davvero scompare, tanto più indispensabile è l’autorità del suo vicario: una tentazione non del Papa forse – che nell’orizzonte nuovo pareva credere – ma di parte della Chiesa.

L’auctoritas diventa più importante dell’incontro con Gesù: urge affermarla a ogni costo. Così come più importante diventa la gerarchia, rigida, astratta, dei valori. In un orizzonte vuoto non restano che astrazione e potere. L’arcivescovo brasiliano afferma il monopolio sui valori, innanzitutto: «La legge di Dio è superiore a quella degli uomini»; «L’aborto è molto più grave dello stupro. In un caso la vittima è adulta, nell’altro un innocente indifeso». E si è felicitato degli elogi del cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei vescovi. Né Sobrinho né Re vedono l’uomo: né l’uno né l’altro vedono che la bambina ingravidata non è adulta.

Non vedono l’essere umano, il legno storto di cui è fatto: proprio quello che invece vide Giovanni XXIII, alla vigilia del Concilio. Melloni ricorda l’ultima pagina del Giornale dell’Anima di Roncalli, scritta il 24 maggio ’63, pochi giorni prima di morire: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere, anzitutto e dovunque, i diritti della persona umana e non solo quelli della chiesa cattolica. (…) Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio».

Comprenderlo meglio era «riconoscere i segni dei tempi». O come dice Melloni: indagare l’oggi. Vedere nell’uomo in quanto tale il vangelo che parla alla Chiesa, e «non semplicemente il destinatario del messaggio, o il protagonista di un rifiuto, ovvero – peggio ancora – il mendicante ferito di un “senso” di cui la Chiesa sarebbe custode indenne e necessariamente arrogante» (Papa Giovanni, Einaudi, 2009). Questi mesi erranti e maldestri sono una prova perché gran parte della Chiesa non pensa come il Papa: dà il primato alla libertà, alla coscienza, sul dogma. Indaga l’oggi, specie dove l’uomo è pericolante come in Africa o nelle periferie occidentali.

Ricordiamo Suor Emmanuelle, che a 63 anni decise di vivere con gli straccivendoli nei suburbi del Cairo, e un giorno scrisse una lettera a Giovanni Paolo II in cui illustrò la necessità delle pillole per bambine continuamente ingravidate. Lo narra in un libro scritto prima di morire (J’ai 100 ans et je voudrais vous dire, Plon). Distribuiva profilattici senza teorizzare su di essi. Giovanni Paolo II non rispose alla lettera. La sintonia con Ratzinger era forte. Ma il silenzio ha un pregio inestimabile, è un’apertura infinita all’umano. Suor Emmanuelle gli fu grata: disse che il suo silenzio era un balsamo.

È il silenzio che oggi manca in Vaticano. Il silenzio che pensa, ha sete di sapienza, ascolta. Che non vede orizzonti vuoti. Il Vangelo è sempre lì, va solo compreso meglio. Contiene una verità che sempre riaffiora, quella detta da Gesù a Nicodemo: «Lo spirito soffia dove vuole. Ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Giovanni 3,8). Soffia come il fato delle tragedie greche: innalzando gli impotenti, spezzando l’illusione della forza. Chi fa silenzio o è solitario lo lascia soffiare, afferrato dal mistero. In Africa, il Papa ha accennato al «mito» della sua solitudine, dicendo che «gli viene da ridere», visto che ha tanti amici. Perché questo ridere? Come capire il dolore umano, senza solitudine? Cosa resta, se non l’ammirazione della forza (la forza numerica dei lefebvriani, evocata nella lettera del 12 marzo) e l’oblio di chi, impotente, incorre nell’anatema come il padre di Eluana, la madre della bambina brasiliana, i malati che si difendono come possono dall’Aids? Per questo quel che vive il Papa è prova e occasione. Prova per chi tuttora paventa gli aggiornamenti giovannei, e sembra voler affrettare la fine della Chiesa per rifarne una più pura. Prova per chi difende il Concilio come rottura e riscoperta di antichissima tradizione. La tradizione del rinascere dall’alto, dello spirito che soffia dove vuole: vicino a chi crede nei modi più diversi.

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